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24/07/2008
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Addio a Pietro Croce

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Adesso che non ci sei più apro il tuo libro, la bibbia degli antivivisezionisti contemporanei, ne accarezzo la pagina bianca dove spicca la tua sottile grafia, leggo e rileggo la dedica, semplice, com'eri tu, profonda come il tuo sguardo, serena come i tuoi occhi, anche nella sofferenza. "All'amico Oscar".

Pietro Croce è morto due giorni fa e, per fortuna, la parca che spezza il filo è arrivata nel sonno del mattino, quasi una folata di vento che spegne la fiamma di una candela. Odiavi qualsiasi forma d'accanimento terapeutico e non avresti mai voluto, tu che davanti alla sofferenza altrui hai vissuto, che l'inutile dolore ti accompagnasse oltre il confine. Adesso mi sento un po' vigliacco, perché non ho avuto il coraggio di venirti a trovare. Sapevo che, anche se non pativi dolore, soffrivi. E io non ce la faccio più a vedere in faccia la sofferenza. L'autunno è già troppo spesso, prepotente e arrogante, con me.

Ho preferito conservare il ricordo di una passeggiata al parco, di un pranzo dove mangiavamo insieme, di gusto. Mi conforta il fatto che avevi, al tuo fianco, i figli e quel monumento di donna che si chiama Sylvia.

Se i più giovani non sanno di chi parlo, Pietro Croce è stato uno dei più grandi patologi italiani e la sua fama ha attraversato tutti gli oceani. Ha lavorato alla Colorado University, a New York, a Toledo nell'Ohio, poi a Barcellona, ma soprattutto è stato primario di Microbiologia e Anatomia Patologica all'Ospedale Sacco di Milano dal 1952 al 1982. Fra i tanti libri che ha scritto, la sua opera fondamentale resta quel "Vivisezione o Scienza" che mise a nudo le contraddizioni e la follia del metodo positivista su cui si basava (e si basa) la sperimentazione sugli animali. "Sulla via di Damasco" s'intitola il primo capitolo, perché Pietro Croce eseguì per anni, egli stesso, la sperimentazione sugli animali. "Obbedivo a un'ammuffita logica positivistica" scrive nel suo libro "che m'era stata imposta durante gli studi universitari". Ma le tessere del puzzle raramente trovavano il loro posto e, dopo settimane di riflessioni e di notti insonni, ecco la scintilla. "Ci deve essere qualcosa di sbagliato nella prassi medica. L'errore è semplicemente il metodo. E se è sbagliato il metodo, sono sbagliate anche le conclusioni".

Da allora Pietro Croce ha combattuto una strenua battaglia, sul piano scientifico, dimostrando, non solo l'utilità, ma la fallacia che comporta l'equiparazione di un uomo a un topo i danni che l'umanità ha dovuto subire a causa del business, cinico e aggressivo, di "scienziati" mendaci che traggono, dalle malattie del gatto o del cane, l'elisir venduto all'uomo a caro prezzo.

La morte è ineluttabile, ma gli iscritti si tramandano. Per fortuna, Pietro, hai scritto molto. Te ne sei andato quando cadono le foglie, lasciando però un rivolo di linfa che prelude a infinite primavere. So che mi avevi destinato il tuo prezioso microscopio, quello in cui scrutavi il destino fortunato o maligno di un vecchio o di un bambino. Lo verrò a prendere, non dubitare e sono certo che, guardandoci dentro, ti vedrò attorniato da milioni di code e zampe pelose che ora ti seguono gioiose, durante la passeggiata.

Mi hai sempre pregato di continuare a scrivere, perché oltre la morte, le parole scritte rimangono. Come vedi scrivo, mentre accarezzo quella piccola firma, sulla pagina bianca. Ciao.

di Oscar Grazioli
(tratto da Libero del 18 ottobre 2006)

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